Le campane di Juàn

Le campane di Juàn
di Marina Biondi

Ogni estate, negli anni del dopoguerra, ci si trasferiva dai nonni materni,  nel loro grande casolare, in un tranquillo e assolato paesino del Friuli. Dopo alcuni giorni il babbo faceva ritorno a casa, mentre io e la mamma restavamo lì, per tutta una calda e  lunghissima estate.
Si arrivava al termine di  un lungo viaggio in ferrovia, con tante valigie, che una volta scesi ricontavamo in fretta, nel timore che il treno se ne portasse via qualcuna. Un viaggio tra cieli azzurri e campi gialli. E finalmente, quando lo sferragliare regolare del treno prendeva strane sonorità, voleva dire che stavamo percorrendo il ponte che attraversava il Tagliamento, il fiume largo dai grandi ciottoli bianchi, e che eravamo quasi arrivati.
Giunti in paese e finalmente acquetate le esclamazioni delle parenti femmine riguardanti per lo più la mia statura, correvo verso la piazza, punto di ritrovo dei ragazzi del luogo.
Loro però continuavano a  considerarmi solo  un forestiero in visita, infatti certe volte capitava che mentre giocavamo, a un tratto e senza un’apparente ragione, mi lasciassero un po’ in disparte. Allora prendevano a guardarmi attraverso le ciglia socchiuse, ciondolando le gambe dal muretto su cui erano seduti, il capo chino dai capelli cortissimi , sussurrando fra  loro  segrete parole mozze e vicini l’uno all’altro come uccelli appollaiati su un cavo della luce.
Un vero amico però in paese ce l’avevo. Era Juàn e faceva il campanaro, o almeno io credevo che quello fosse il suo mestiere. Era vecchio, Juàn, magro e allampanato e aveva mani nodose con grosse vene in rilievo e  mi regalava la sua ruvida amicizia e lezioni di campane. Avevo presto  imparato i suoi orari e quando  arrivava al campanile, io mi facevo trovare impettito davanti al giardinetto che circondava la chiesa. E ogni volta il rituale era lo stesso: lui si fermava  fingendosi dubbioso, e per un attimo mi guardava molto severamente. Poi, sorridendo a labbra strette acconsentiva con i suoi occhi celesti e divertiti, e apriva la porticina di legno. Incollato a lui e alle sue ginocchia  che si trovavano poco più in basso del mio naso,   mi spostavo sulle gambe in perfetto sincrono con le sue, ed  entravamo nel campanile  come un sol uomo. E ogni volta Juàn fingeva per gioco di girarsi a cercarmi per farmi passare, pur sapendo  che io mi trovavo già in postazione in  quell’oscurità fresca e umida.
Così, mentre i miei occhi si abituavano al buio, il mio maestro  cominciava  a tirar corde. Uno scampanìo brillante e sicuro  invadeva presto lo spazio ristretto dell’esile campanile, che a quella sonorità incontenibile pareva dover cedere e sgretolarsi.  E quando Juàn accompagnava con le braccia il risalire delle funi, anche a me pareva di alzarmi con loro, saltando su e giù in uno volazzìo di capelli e di  scarpe slacciate, in quell’ alternarsi di assenza di forza di gravità e di ricaduta pesante che è esperienza esclusiva di chi suona campane.
Insomma, era la vera felicità.
Andammo avanti così, ogni estate, per qualche anno.
Passava l’inverno e poi finalmente tornava l’estate.
Finchè una volta accadde che dopo la mia solita corsa al campanile, il mio amico non arrivò. Era malato, Juàn. Scoprii anche che aveva una sua casa, dove viveva, da solo. Le sue vicine, pezzuola annodata in testa, si erano impadronite di lui, in un molto ben organizzato andirvieni di fumanti minestre e altrettanto fumanti impiastri.
Lui era a letto, e non poteva alzarsi. Mi salutò con parche parole e una carezza. Capii che mi aspettava, perché immediatamente mi parlò delle campane, silenziose da tanti mesi. “Ora, però – disse – andrai tu”. Allungò un braccio e dal cassetto del suo comodino prese una chiave. La riconobbi: grossa e pesante, era quella del campanile. ”A mezzogiorno, ricordi? E al vespro, invece, attento a non sbagliare,  solo quella piccola”.
Guardavo la chiave che tenevo in mano e non potevo crederci. Guardavo anche Juàn, il suo profilo magro contro la luce fredda della finestra a fianco del letto. “ Aspettava solo che io arrivassi.   Allora solo a me, lui ha insegnato il suo mestiere” pensavo. Ero felice e  spaventato. Un bel pezzo durò la mia agitazione sulla sedia, in uno scalpitar di scarpe contro il legno. Con le mani  sudaticce  stringevo la chiave che ora emanava odore di ferro rugginoso e umido. Juàn si era assopito.  Passò un’eternità.  Poi all’improvviso si riscosse :” Ohè, vuoi far tardi?” Caddi dalla sedia e corsi fino al campanile. Girando la chiave a due mani aprii la porticina di legno. Una lucertola fuggì sotto una pietra. Entrai. Ero solo. Ed era più buio del solito. Asciugandomi le mani contro i pantaloni guardai verso le campane, sforzandomi di distinguere fra loro le due corde.  Le separai e afferrai la prima per il nodo di presa e cercando di ricordare esattamente ciò che avevo visto fare al mio amico tante volte, ma con poca convinzione la tirai in basso. Si udì un debole rintocco. Mi feci coraggio e andai avanti a tirar corde. Le funi mi strappavano verso l’alto e, nell’istintivo tentativo di mantenere un qualsiasi contatto con la terraferma, mi rannicchiavo il più possibile, annaspando con le scarpe ovunque capitasse, ossia contro le quattro pareti del campanile. Le campane ora suonavano forte e ci andavo prendendo sempre più gusto. Ed ero io che le facevo suonare, l’allievo del più grande campanaro del mondo.
Ero l’eroe biondo dei fumetti che anche i miei compagni leggevano, lanciato come un proiettile nell’oscurità dell’universo. Ero proprio fiero di me.
Quando ritenni di aver suonato abbastanza, tornai galoppando da Juàn.
“Bravo”. Mi disse. “Hai suonato proprio bene.” Per tutta l’estate continuai ad entrare nella casa del mio vecchio amico con profumate fette di torta di mele e altre buone cose e ad uscirne sempre al galoppo e con la chiave del campanile.
Prima di far ritorno in città mi fu facile fargli promettere che nessuno avrebbe mai preso il mio posto. Quando arrivai al paese l’anno seguente seppi che Juàn durante l’inverno se ne era andato. Il giardinetto intorno alla chiesa era invaso dalle ortiche. Il campanile rimase per tutto il tempo chiuso  e credo che altri campanari non se ne siano più trovati.
Anzi, un po’ lo spero.

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