Storia di Goran

 Io ho vent’anni.
Il mio migliore amico è alto 20 centimetri più di me e di anni ne ha 17.
Fa strano a tutti, lo so, ma è un fratello.
Si chiama Goran: è serbo.
Lijuba, sua madre, che ha una visione della vita molto spontanea, è l’unico umano che non abbia degnato d’attenzione l’ultimo colore dei miei capelli (attualmente li ho blu con una bellissima ciocca verde) poiché, con logica evidente, non ritiene che nella categoria dei pericoli che corre Goran rientri l’adescamento da parte di una strana. Prima è il caso di guardarsi dai nazi che si divertono un sacco alla caccia al rom o al negro, tanto che differenza fa.
In verità Lijuba, ha dedicato poco tempo a ricamarci su, occupata com’è a vendere quel che le capita agli angoli delle strade. Un giorno fiori, un altro funghi, un altro aria…E quando non vende, chiede l’elemosina insieme all’ultima nata, Elisa, fatta in Italia, quindi italiana doc e tesoriera del loro diritto di abitare qui. Il padre entra ed esce di galera perché pare che abbia grandi doti organizzative nel campo elemosine….
Goran fa saltuariamente il giardiniere per il Comune con quei contratti di tre mesi: tanti calli, fatica tosta e pochi soldi in tasca. Per il resto si barcamena  tra la scuola professionale e lavori neri. Ma proprio neri, che ce n’è di bastardi sfruttatori… Però ha un sogno e per renderlo reale studia molto alla  alberghiera. Non so quando studi, ma lo fa, visto che a scuola è il migliore.
Ci siamo conosciuti perché suo fratello Boris, che ora ha 22 anni e già 2 figli, ha fatto le elementari con me. Mamma e papà si sono molto occupati di Boris dal momento in cui è apparso in classe mia. In terza elementare lui aveva 11 anni ed il resto degli alunni otto. Veniva spesso a casa mia per fare i compiti ed io gli spiegavo quello che non capiva e finiva col fare merenda e cena.
Appena i suoi genitori hanno capito l’antifona, gli mandavano dietro anche Goran e certo! due cene guadagnate per gente così, erano una manna…
Alle medie è cambiata musica, Boris era cresciuto e in grado di lavorare per i canoni della sua famiglia, anche se doveva in ogni modo frequentare la scuola. Sempre più spesso, mancava alle lezioni finché non ha avuto l’età per iscriversi alle serali e chi l’ha più visto. Era nell’ordine delle cose diceva papà, ma io ci ho messo un po’ a non considerarlo un mangiapane a tradimento.
Però c’era rimasto Goran.
Sulle prime veniva a casa con delle scuse tipo “Mamma vi manda i ciclamini”, “Non capisco l’addizione”, “La nonna è morta e papà non ha i soldi per seppellirla”. Negli anni sono morte almeno sei nonne ma la politica di mamma e papà non è mai stata di elargire soldi.
Da noi solo merende, cene e cultura.
Goran era molto interessato allo studio e aveva imparato tanto ascoltando me e Boris, infatti, a scuola era bravissimo e frequentava una classe di coetanei, fatto sbalorditivo per un immigrato serbo.
Ha il cervello fresco Goran.
Solo gli mancano le condizioni, è sfigato dalla sorte con quella famiglia lì.
Ci siamo attaccati molto quando mamma è morta. Lui mi ha capita bene, eccome. La sua, di madre, l’aveva quasi persa anche lui, poiché avevano tentato di “affidarlo” ad una famiglia di qui, considerandolo sprecato nella sua.
Sua madre c’era piombata in casa, con Boris furibondo, tre  bambini attaccati alla gonna e un lamento feroce in gola. Non me la dimenticherò mai.
Mamma si era fiondata ai servizi sociali, aveva mosso il sindacato e chi poteva, per capire.
Aveva capito e tentato di spiegarmi che in tutta buona fede, questa nostra diversa società, non capiva né poteva capire un’organizzazione familiare così bislacca e ragionando con i nostri metri qualcuno aveva deciso che Goran valeva bene un tentativo di “inserimento”.
I nostri metri mi erano sembrati ora giusti, ora disastrosi passando dalla razionalità al volto devastato dall’angoscia di Lijuba e allo smarrimento di Goran. Uno strazio.
L’ho sognata spesso quella situazione.
La macchina civilizzatrice non si era fermata per i lamenti di una madre e dunque “renderemo questo bambino inserito”.
Così Goran fu internato con ogni buon proposito, in un nucleo familiare scelto ad hoc per l’opera
d’integrazione.
Mi telefonava ogni sera dalla casa d’ordine religioso e pulizia esemplare in cui era stato sistemato. Con il cordless sotto le lenzuola parlavamo per ore.
Non era infelice, lo trattavano con fermezza e affetto ma cercavano di imbrigliarlo in regole non sue, ne circoscrivevano l’autonomia come se fosse un limite e non un pregio.
Ora lo sappiamo tutti  due cos’era il suo disagio, ma  per due bambini non era che  qualcosa nell’aria, un diffuso senso di scomodità come quando ti obbligano a mettere le scarpe e a te piace camminare scalzo.
Ricordo bene quel giorno della recita di fine anno.
Noi delle medie, avevamo dovuto sorbire tutti gli spettacoli finali delle elementari, prima di poter inscenare una nostra pietosissima parodia di Grease. Ho pensato subito che dovendo subire una così lunga tortura e non avendo fratellini da sfottere nelle classi inferiori, c’era almeno Goran in quinta da prendere in giro.
Ci avevano sistemato in una platea allestita nella palestra della scuola. Alle nostre spalle, eserciti di mamme, papà, nonni e fratelli rigurgitavano lacrime e orgoglio. Anche i miei, ovvio.
Mentre sbuffavo nell’attesa del supplizio annunciato, avevo visto entrare Ljuba.  C’erano anche Boris e suo padre e mi era venuto un groppo in gola per com’erano conciati.
Lei aveva addirittura un tailleur. Boris e suo padre, davano evidenti segni di soffocamento stritolati da un’improbabile cravatta.
I genitori affidatari li avevano avvicinati subito, belle persone spigliate nei loro abiti, mentre quei tre poveri diavoli sembravano delle caricature.
Cos’è la rabbia? Beh, io l’ho conosciuta quel giorno. Rabbia e frustrazione e un dolore così forte da pensare che avrei vomitato.
Ljuba teneva gli occhi bassi e non ci potevo credere che fosse la stessa donna invadente che con lo sguardo alto ti proponeva fiori e asparagi selvatici agli angoli delle strade. In quegli abiti di carità pareva miserabile, lei che mai lo era sembrata ai miei occhi.
Goran era stato molto uomo. Fino ad un certo momento...
Alla fine dello spettacolo in cui aveva recitato impeccabile si era avvicinato ai suoi con gli angeli custodi alle calcagna. Salutato suo padre, aveva subìto una pacca fraterna da schiantare un bue e si era fatto abbracciare da una Ljuba perduta in una giacca troppo grande senza riuscire a guardarne il volto sfibrato. Poi, come un bravo soldatino se n’era andato con i piantoniai lati.
Mentre si allontanava rigido nei suoi jeans di prima mano mi era parso di notare qualcosa sul suo fondoschiena. Avevo guardato meglio: era una chiazza che si stava allargando.
Si stava pisciando addosso.
E allora io ho vomitato.
Di questo non abbiamo mai parlato. Mi sembrava di ferire il suo amor proprio, di rendere inutile lo sforzo terribile che aveva fatto per restare composto e non scatenare tragedie.
Ljuba era impietrita. Mamma mi aveva affidata vomitante e piangente a papà e l’aveva raggiunta.
“Ce lo vogliono portare via. Ce lo portano via” aveva detto  in un gargarismo  di disperazione e saliva. Quando Ljuba aveva alzato due occhi pesanti di strazio, mamma  avrebbe vomitato volentieri anche lei.
Un’epidemia di vomito forse smuoverebbe le coscienze del mondo….
In ogni modo a volte le cose si risolvono da sé e vanno per la via più ordinaria anche se non oggettivamente la migliore. Nel caso specifico ho concluso che non tutto quello che crediamo meglio per gli altri lo è davvero e anche gli spiriti illuminati, ossia psicologi, sociologi, giudici tutelari e teatrino bello, possono “toppare” con le migliori intenzioni.
Goran (l’ho saputo da mamma) si pisciò addosso con una costanza che disarmò tutta la squadra “salvezza”, convincendoli che non c’era nulla da salvare se non i nervi dei malcapitati angeli custodi. I due volonterosi genitori affidatari cedettero in tempi relativamente brevi.
Per riaverne la potestà, il padre delinquente di Goran fece voto d’elemosina-senza- raket, Lijuba si mise a fare pulizie (in nero, ovvio) in casa di privati e Goran rientrò nelle sue mutande sporche, ma asciutte nonché nel clan di genitori, zii, fratelli con mogli e figli alloggiati in appartamenti o scantinati o quello che a turno offriva il convento, intendo quelle brave persone che approfittano delle situazioni semi-illegali di questi poveracci per affittargli tuguri degni nemmeno di bestie.
Così è.
Goran ha 17 anni e vorrebbe fare il cuoco. Ma mica da ora…E’ sempre stato il suo pallino e a dire il vero lui riusciva fin da piccolo a riconoscere tutti gli ingredienti dei sughi di mamma.
Va detto che i sughi di mamma erano difficilissimi da riprodurre poiché combinazione in qualche modo stregonesca d’altri sughi ovvero lei congelava  a strati i residui d’ogni intingolo e la fusione dallo stato solido a morbido composto era sempre trionfale.
Ne uscivano veri capolavori e Goran riusciva miracolosamente a riconoscere le carni, le verdure, addirittura il vino o la goccia d’aceto balsamico che mia madre aveva utilizzato in tempi diversi.
Un genio della papilla gustativa!
Un anno fa quando è morta mamma e papà è caduto in depressione Goran si scapicollava da scuola per venirci a cucinare i manicaretti che stava imparando all’istituto professionale. Così, volenti o nolenti eravamo obbligati a mangiare e ad indicare eccessi o mancanze per non fargli prendere brutti voti.
Sembra una sciocchezza, ma con la sua tecnica d’animazione culinaria, ci ha aiutato a traghettare al dopo-mamma, ha riavviato con zenzero e flambé la nostra vita in sosta vietata, perché se ti fermi troppo in certe zone rischi una contravvenzione a vita e questo Goran lo sapeva bene poiché la sorellina Elisa, gli è morta tra le braccia a sette anni. Di morbillo.
Era l’anno di grazia 2004. Alto Medio Evo della nostra superiore civiltà.
Almeno mamma 46 anni li ha vissuti.
 
 
Ho ventitre anni, mi sto laureando in giurisprudenza all’Università.
Vivo sola da un anno, mio padre ha una nuova compagna e si è trasferito; è una in gamba che lavora nel sociale. Grazie a lei sono riuscita a prendere contatto con molte persone per bene che mi hanno aiutato a fondare un’associazione di volontariato per l’assistenza ai senzatetto e a casi vari di emarginazione. Non ne sono la presidente  perché ho preferito lavorare sul campo. Due volte la settimana esco la sera con altri volontari per andare alla stazione o in altri posti dove c’è gente che ha bisogno di tutto.
Con gli studi, va a gonfie vele e sto già pensando alla laurea specialistica.
Faccio un po’ di nuoto, vado molto al cinema, ho un ragazzo laureato che fa il praticante in uno studio d’avvocati. E’ molto impegnato nel settore dei diritti civili.
Mi piace mangiare bene e questa è senz’altro una delle eredità che Goran mi ha lasciato.
Goran era il mio migliore amico più giovane di me di tre anni. Di giorno lavorava come meccanico e la sera faceva la scuola alberghiera dopo aver frequentato con profitti altissimi la professionale per aiuto-cuochi. Tutti i suoi insegnanti erano concordi nel dire che aveva un genio nelle papille e che avrebbe fatto strada. Papà lo ha molto aiutato negli studi pur con i suoi introiti da infermiere specializzato. Non certo un nababbo…
Una sera, mentre usciva dalla scuola, gli hanno teso un agguato.
Perché un immigrato serbo è appena accettabile se resta un miserabile o al massimo un muratore, ma uno che si dimostra eccellente negli studi ed è una brava persona rovina l’immaginario collettivo, quello che alimenta l’odio e la violenza contro il diverso.
I nazi lo hanno aspettato e picchiato a morte. Gli hanno spappolato il fegato a pugni e un calcio assestato con precisione omicida gli ha spaccato il cuore.
Hanno pisciato e defecato sul flan de cerises che ci stava portando ad assaggiare. Poi sono rientrati a casa, a guardare la tivvù, suppongo.
Ho ventitré anni, una laurea in giurisprudenza e altri due anni di specialistica da fare.
Non manca poi tanto, Goran.
Gente come questa pagherà.
 
 
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