Aspetto il treno

La vacca, con il suo andare che sembrava non conoscere destinazione, sbucò dal sottopassaggio del terrapieno della ferrovia. Dietro, un barroccio rimbalzava nelle buche dello sterrato. Sulla stanga del barroccio, verso il centro della via, Beppe di Pentorin, seduto, lasciava penzolare le due gambe accavallate. Gli zoccoloni, scure e bisunte le tomaie e per questo morbide e vecchie, bianchi appena intaccati i ceppi di pioppo, ostentavano il buon lavoro di risuolatura fatto da Martano, un ciabattino che a volte vedevi, sul bordo della via, lavorare sotto un albero di gelso dalle more bianche.

“Bimbo cosa aspetti?”

Questo disse Beppe, lasciando come per un prodigio nell’angolo della bocca il rametto di salcio rosso, alzando la bazza a punta e spostando il cappello indietro a mo’ di sfacciata curiosità.

“Aspetto il treno” rispose il ragazzo che, fermo sulla destra della stretta via, stava seduto nell’incavo del cannone della bicicletta “da donna” di sua madre.

Beppe lo seguì con lo sguardo, mentre il barroccio passava e non disse altro perché al momento quella risposta non suscitò in lui nessuna reazione. Passavano tanti treni rumorosi e anonimi durante il giorno, verso Firenze o verso il mare. Tirò leggermente le redini e con un gesto delle mani, nel gioco del tirare e lasciare, fece in modo che queste battessero sulla groppa della vacca: un contatto, quasi un incoraggiamento, accompagnando il tutto con un “vai Morina” e con un rumore schioccante che gli uscì dalla bocca storta.

Il ragazzo dall’apparente età di sette o otto anni, aveva approfittato dei pensieri che riempivano il cuore della madre e di suo padre per strappare loro il permesso di andarsene in bicicletta. Era appena arrivato con le gambe magre che si piegavano e si allungavano in quel pedalare, ritto, per il non arrivare ancora al sellino della bicicletta. Si aggrappava saldamente al manubrio e ogni tanto suonava il campanello, anche se nessuno aveva incontrato in quel giorno di marzo. Non era andato a scuola quella mattina. C’era troppo trambusto e dolore in casa sua per pensare anche a lui, preparargli la merenda con il solito cantuccio di pane, scavando la midolla per poi rimetterla al suo posto dopo un cucchiaio di scura marmellata di susine, fatta in casa, mettergli il grembiule, accompagnarlo. Poi lo aveva chiesto espressamente anche lui, di non andare a scuola, anche se questo lo faceva sempre volentieri, ma quel giorno era un giorno particolarmente triste.

Suo fratello sarebbe montato sul treno, che lui aspettava, per andarsene a lavorare in Australia.

Sarebbe montato in treno dopo che lui lo avesse visto passare, perché la stazione, sulla linea ferroviaria, era posta a 500 metri da lì.

“Stai tranquillo, torno fra due anni. Sicuro. Tu intanto allenati. Invece di fare il militare, vado in Australia, vedo il mondo, guadagno e torno a casa. Poi una domenica ti porto a vedere la Lucchese”.

Ma ci vai in treno in Australia?

“Vado a Genova, monto sul bastimento.”

E cos’è un bastimento?

“E’ una nave grande come due o tre case una sopra l’altra, ma lunga… lunga più di tutta la corte”.

Che cosa sapeva suo fratello dei bastimenti, del mal di mare, di quanto sarebbe stato affacciato ai parapetti, di come avrebbe voluto fuggire prima ancora di giungere a Napoli?

In Australia andava. Chissà dove era quel posto; certo il ragazzo lo aveva visto sull’atlante, a scuola. Che cosa sapeva lui dell’Australia, delle sue coste ricche e verdi e del suo interno caldo, sempre più caldo, del vento che soffiava sempre, che faceva rumore, una nenia logorante fra gli arbusti, fra le reti, e il sole che bruciava le patate se non le toglievi da terra.

Due anni: non avrebbe visto suo fratello per due anni!

Ma anche se andava a fare il soldato sarebbe tornato fra due anni, forse una volta sarebbe tornato in licenza, ma chissà dove lo mandavano. Invece aveva deciso di andare in Australia e sarebbe montato sul treno che lui stava aspettando. Lo avrebbe riportato, quel treno, dopo due anni.

Come poteva sapere che lo avrebbe riabbracciato in una sala di attesa dell’Aeroporto di Pisa quaranta anni dopo?

“Non c’è lavoro, ho smesso di studiare, non ho voglia, vorrei giocare al calcio, il lavoro non c’è.”

Sapevano solo di bombe che avevano smesso di cadere, sapevano di bambole che ti davano se tu in cambio davi uno di quei grossi bossoli di ottone che avevi in cantina. Sapevano di orchestrine che invitavano a ballare, le ragazze erano belle, ma ci volevano i soldi. Certo sarebbe venuto il boom economico, la cinquecento, la domenica al mare. Ma quando?

Che cosa sapeva un ragazzo di otto anni del significato della parola “sfruttare”? Erano usciti allora da una guerra triste, non si usava quella parola, non era entrata ancora nel lessico di ogni giorno. Il fatto esisteva, ma sembrava normale, naturale.

Solo più tardi tutti prenderanno coscienza della parola e dei fatti. Allora c’era una ricerca del lavoro e chi te lo dava, dava anche le regole insieme ai soldi. E ti venivano da dentro il grazie sincero e la rabbia d’impotenza contro il “governo ladro”. I cantieri comunali nella palude pulivano i fossi, per la bonifica e le zanzare se la prendevano con te, la polvere ti seccava la gola e imbiancava i poveri vestiti.

Il calcio come punto fisso, scalzi su campi pelati, fra siepi di mortellino. Ci andavano in bicicletta tutti e due, suo fratello a giocare, lui a vedere. Sul cannone di una bicicletta da uomo, guidata da suo fratello.

Il ragazzo appoggiò il mento sul manubrio e sentì ancora di più il freddo di quel giorno.

Pensò a suo fratello, all’odore di lui, a quei capelli crespi, fitti, ammorbiditi con olio di oliva, alla Tricofilina che usava la domenica, ai pettini dai denti spezzati, sempre, pensò ai due letti nella loro camera. Come avrebbe dormito d’ora in avanti, quali paure la notte lo avrebbero turbato? Ma lui ormai era grande e non temeva le notti. Ma non avrebbe avuto la sicurezza di un respiro nel letto accanto al suo.

Decise che quella sera avrebbe dormito nell’altro letto, avrebbe sentito l’odore di lui, avrebbe dormito in quel letto, vicino alla finestra, avrebbe detto a sua madre di non lavare più i lenzuoli, i guanciali.

Nell’aria un rumore lontano indefinito lo turbò come un dubbio. Si alzò in piedi e si volse verso oriente. Le canne e la vegetazione impedivano di vedere lontano e lui si era tenuto distante dalla ferrovia. Si udivano i colpi delle ruote sulle giunture delle verghe, il passaggio sopra i brevi ponti. Sta arrivando, pensò.

La locomotiva aveva smesso di borbottare, di soffrire, di lottare, il fumo bianco dalla ciminiera faceva una lunga scia prima di diradarsi nel cielo, sembrava che la nera macchina avesse smesso di respirare, quasi un attimo di pausa, di riposo, dopo tanta fatica, prima della stazione, prima dello stridere dei freni, prima del leggero sobbalzare dei vagoni. In alto, sulla locomotiva, un uomo, nero, vestito di nero, come un’ombra nera, guardava avanti. Un fischio stridulo si unì agli altri rumori, li superò.

Rimase nell’aria un odore di carbone e una sensazione di un ritorno di silenzio.

Il ragazzo rimase in ascolto. Cercava nell’aria voci lontane, l’aprirsi e il chiudersi di uno sportello, un fischio, qualcosa da ricordare. Niente.

Rimase ancora pochi minuti, voltò la bicicletta, partì con la solita difficoltà, pedalando e alzandosi in alto per poi scendere, seguendo i pedali.

Il barroccio era fermo sul margine della via, il contadino caricava fascine nel suo campo, la vacca voltava indietro la testa, curiosa, verso il ragazzo, ruminando qualcosa.

Anche Beppe si voltò e lo vide.

“Bimbo perché piangi?”

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