Gaviserri

Arrivare alla chiesa di Gaviserri è facile, dista poco più di un’ora da Firenze.
Superato il passo della Consuma, si scende verso il Casentino e, arrivati a Stia, si percorrono alcuni chilometri della strada provinciale che porta in Romagna, poi, il campanile.
A sinistra, una breve salita, forse una ventina di metri, ed eccoci nel piccolo piazzale.
Ci sono andata la prima volta nell’estate del 1954.
La strada era bianca e, dal paese, arrivava così fino al valico della Calla.
Oggi fa parte del Parco delle Foreste Casentinesi, la zona ha ancora la stessa densità di popolazione, ma adesso è protetta, allora solo poco abitata, ed era la sua attrattiva.
A Gaviserri c’erano solo una piccola chiesa e una casa a due piani in pietra non intonacata, con un grande terrazzo.
I piani erano due solo nella parte anteriore, perché si appoggiava ad una roccia. Il secondo piano, dalla parte posteriore, era un piano terreno.
Il piazzale e i parapetti erano fatti da grandi massi della stessa pietra grigia, arrotondati dalle intemperie e spareggiati tra loro.
Alti scalini separavano dal piazzale, la casa e la chiesa.
Dentro una enorme cucina, con un grande camino, il forno per cuocere il pane, tre finestre e due spaziose camere da letto e, al primo piano, sul davanti c’era l’aula della scuola e nello spazio rimanente, un’altra abitazione a cui si accedeva dal dietro.
Dall’altro lato c’era la chiesetta. Dietro l’altare una piccola sacrestia dove arrivava la corda della campana, e davanti otto panche. Sulla parete laterale una grande tela di anonimo di scuola trecentesca annerita dal fumo delle candele.
In casa non c’era l’acqua, arrivava fin sotto le scale del terrazzo con una fonte, ricca ed abbondante, ma non potabile.
Un po’ più su, dopo una salita ripida e quasi impercorribile anche a piedi, una grande casa colonica le “Buche”, abitata da una numerosa famiglia, dove c’erano ovile, stalla, trogolo per i maiali, fienile….
A Gaviserri, ogni anno passavamo l’estate.
I nonni che ci ospitavano erano i custodi della chiesa, dove il prete veniva solo la domenica a dire la Messa, e della scuola, che consisteva nella grande aula per una pluriclasse.
Ogni giorno a mezzogiorno il nonno doveva suonare le campane.
Le corse di noi bambini, per arrivare a suonare per primi, terminarono quando furono regolate dal nonno con un turno che veniva sempre rispettato. Questo era, per scelta, l’unico impegno della giornata. Nel resto del tempo c’era la più assoluta libertà.
I boschi, i prati, il fiume erano il nostro scenario.
Al fiume avevamo, un po’ alla volta, togliendo i sassi trasportabili, ottenuto una grande vasca, in mezzo a due massi sotto una cascatella. Tutti gli anni, dopo l’inverno, riparavamo i guasti per rendere il posto più accogliente. Era perfetto per fare il bagno, lavarsi e godersi un idromassaggio naturale in tempi in cui non era di moda e lo frequentavamo quasi ogni mattina.
In quel luogo ho alcuni dei ricordi più cari della prima giovinezza.
Non ci annoiavamo mai, c’era sempre qualcosa di nuovo da fare, un posto da vedere, un nuovo luogo da esplorare. Andare a prendere l’acqua potabile e freschissima alla sorgente, riportare le pecore all’ovile insieme a una delle ragazze delle Buche, mia coetanea, cogliere le more per mangiarle con lo zucchero o per fare la marmellata, vedere dove finiva quel viottolo mai percorso….
Subito prima del tramonto, seduti sul parapetto del piazzale, guardavamo il sole tramontare in fondo alla valle, dietro le colline o giocavamo al “Filetto” sullo schema intagliato nella pietra. E la sera, seduti sulle panche ai lati del grande camino, ci raccontavamo storie.
Una volta la settimana andavamo in paese, con il bus di linea.
Era il giorno del mercato, il paese era pieno di gente che arrivava da tutta la campagna attorno. In realtà sembrava impossibile che tutte quelle persone ci fossero. Noi non vedevamo mai nessuno.
Poi tornavamo a piedi. Erano quattro chilometri, avevamo un po’ di pacchi, ma era piacevole e, dopo il primo tratto, non c’erano quasi più case, era campagna, campagna, campagna.
Quando rientravamo in città era come tornare in un altro mondo.
Queste vacanze speciali sono durate più o meno dieci anni.
Poi il nonno, andato in pensione e divenuto troppo vecchio, fu costretto dalla figlia a trasferirsi in città.
E noi ragazzi eravamo cresciuti. Avevamo anche altre cose per la testa.
Comunque le circostanze costrinsero ad altre scelte.
Quelle estati ebbero fine.
Non sono più ritornata là e serbo un ricordo bellissimo e particolare di quel periodo.
Non ho, mai più, passato vacanze di quel genere. Non peggiori, non migliori, ma diverse e più simili a una vacanza come tante altre.
Quando ci penso c’è qualcosa che somiglia al rimpianto, ma non solo del luogo, anche dell’età e di un mondo che non può più esistere, scivolato dalle mani per sempre.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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