Il cagnaccio del bosco

Tocca a me la mattina portare le pecore al pascolo del bosco. Io vado a scuola il pomeriggio e i
cugini, più grandi, ci vanno la mattina. Anche mia sorella va il pomeriggio come me ma deve
portare i maiali ai castagni. Comunque, meglio le pecore dei maiali: sono tranquille e basta mandare
avanti la Gigia e tutte le vanno dietro. I maiali, invece, a volte scappano e mia sorella ha le gambe
più lunghe di me per inseguirli.
Io faccio la seconda e non sono piccino, anche se mia sorella, che fa la seconda come me, ha un
anno e mezzo di più e mi chiama “tappo da botte, rete da pesci, òmo piccino perché un tu cresci”.
Io la chiamo “rossa paletto” perché è tanto più alta di me e ha i capelli proprio rossi, la pelle bianca
e il viso lentigginoso. Lei ha sette anni fatti da un mese e io per farne sei devo arrivare fino
all’autunno. Però faccio anch’io la seconda come lei perché sono andato a scuola un anno prima e
sono anche bravo…credo. Solo gli angoli dei fogli del quaderno mi fanno arrabbiare perché mi si
arricciolano mentre a lei no. Lo dice anche la Maestra.
Mamma mi ha svegliato quando il raggio di sole, entrato dalla finestra, illuminava il quadro della
Madonna a capo del lettone. Dice che è la Madonna di Pompei ma a me non sembra tanto bella. E
poi non capisco perche stia seduta sopra ad un grosso vaso rotondo che pare il vaso del bucato dove
fanno il ranno. Una volta ho pensato che facesse la pipì in quel vaso ma poi non l’ho pensato più
perché forse è peccato. A colazione c’era il latte della Gigia e un pezzetto di pasta reale che
Mamma aveva fatto sabato passato insieme al pane.
Vado alla stalla delle pecore. E proprio vicino a casa, nell’aia di là dalla concimaia. Dietro l’uscio
prendo la bacchetta che ha fatto Nonno per guidare le pecore. E’ lunga lunga, più del doppio di me.
Nonno l’ha fatta da un ramo di vinco, che poi mi ha detto che veramente si chiama salice; è bella
grossa all’impugnatura che quasi non la tengo in mano ma diventa via via più fine e nella cima
schiocca quasi come la frusta del carro dei buoi. Va proprio bene per dare un tocco alla Gigia sulla
testa e farla girare dalla parte giusta. Tutte le altre le vanno dietro e c’è anche la Nera. Ci sono
quattro agnelli; ieri erano tre; uno dev’esser nato stanotte e trampella sulle gambe, ma va. Sono
contento perché l’agnello in tavola a Pasqua c’era e forse ci sarà anche per l’Ascensione.
Si va giù per la via che passa sopra al fosso e guardo se dai buchi del muro di pietre a destra sbuca
qualche lucertola. Non ci sono forse perché la primavera è appena cominciata e le lucertole stanno
ancora a dormire nei buchi. Appena arriverà l’estate mi divertirò un mondo ad acchiapparle col
laccio fatto con gli steli dell’avena, che gli si fa benissimo il laccio. Ne prendo una e la porto in casa
per far paura a Nonna. Mi piace la faccia che fa.
Dopo il fosso si sale verso il campo della piantata e appena in cima alla salita si gira nella stradella a
sinistra. Ci vuole un tocco alla testa della Gigia per farla girare. Un tocco leggero perché la Gigia si
ricorda la via. Si passa vicino a tre altissimi pini. Sono bellissimi, con immense chiome ad ombrello
che pare coprano il campo e la gola del fosso. Il vento fa un bel suono passandoci in mezzo.
Mi ricordo che giù in fondo alla piaggia della gola Nonno, Babbo e Zio avevano scavato un rifugio
in tempo di guerra dove andare quando c’erano le bombe. Una volta, ma ero piccino anche se me lo
ricordo, correvamo sul campo di grano giù verso la piaggia io, zia Chiara e la cugina Marta per
raggiungere il rifugio. Non mi ricordo perché eravamo noi tre. Vidi un aeroplano in picchiata che
ingrandiva senza che paresse muoversi e cominciò a mitragliare. La zia urlava di paura ma
arrivammo al rifugio. Mi pizzicava la coscia destra e pensai che fossero stati i graffi degli steli del
grano. Era invece come una bruciatura lungo tutta la coscia; usciva sangue e tutti pensarono che
fosse stata una pallottola presa di striscio. Mi era andata bene.
Ma ora la guerra è finita da tre anni e va tutto molto molto bene.
La stradella gira a destra intorno ad una grande macchia di rovi, che fanno delle bellissime more ma
solo d’estate, e poi si arriva al bosco. Strascico via il cancello di legno e entriamo. Conto le pecore;
ci sono tutte e anche gli agnelli. Meno male che mi ricordo di richiudere il cancello. Se no possono
scappare. Le pecore si sparpagliano a brucare ma non si allontanano. Sono brave, non come i maiali.

Mi piace questo bosco. Non è fitto fitto come i boschi delle novelle che racconta Nonno, anzi, fra le
alte querce ci sono spazi erbosi, cespugli fioriti che non so come si chiamano e ci sono le ginestre
che a maggio fanno i fiori gialli. C’è una bella macchia di roselline fiorite, che Nonno ha detto che
si chiamano rosa canina. Non capisco cosa c’entrino i cani con le rose. I denti canini si, lo capisco il
perché ma le rose no.
C’è un sasso comodissimo per sedere. Tiro fuori dalla borsa a tracolla i libro di lettura. Mi piace
leggere. Ad ogni pagina che giro c’è una sorpresa e non vedo l’ora di finire una pagina per girarla
ed avere un’altra sorpresa. Ci sono scritte cose che da noi non ci sono. Vuol dire che c’è tanto
mondo fuori di qui. Quando sarò grande andrò a vedere cosa c’è lontano.
Non so quanto tempo è passato. Il sole è più alto e sarà passata un’oretta. Anche di più, forse.
Le pecore sono nervose; si sono raccolte tutte intorno alla Gigia. Perché?
Da destra, dall’alto, vedo arrivare una bestia. E’ un cagnaccio di colore grigiastro, secco e
spelacchiato. Proprio brutto. Cammina con le gambe acquattate. Le pecore si raccattano strette fra
di loro con gli agnelli in mezzo. Il cagnaccio va per girare intorno piano piano. Perché dà noia alle
mie pecore che sono così brave? Non le vorrà mica mordere? Se mi azzoppa una pecora cosa gli
dico a casa?
Ha fatto mezzo giro del gregge a ora è di fronte a me e mi guarda. E’ proprio brutto. Non mi piace.
Piano piano mi alzo da sedere cercando con la mano il manico della bacchetta che avevo posato a
terra. Invece la mano si aggrappa ad una randello che era lì accanto. Con uno scatto gli do una
randellata sul muso. Quello fa una specie di cai e scappa via.
Sono contento. Gli ho fatto proprio male e non si farà più vedere. Forse l’ho preso giusto sulla punta
del naso. Si sa: i cani hanno il naso delicato. Accidenti come è pesante il randello. Non me n’ero
accorto.
Mi rimetto a leggere e dopo un po’ arriva Babbo di corsa e trafelato. Ma non doveva essere nel
campo dello scassino? Perché è qui?
Mi dice: “Hai visto nulla di strano?” Io gli dico del cagnaccio e lui fa una faccia strana ma dice
“Andiamo via, sù.”. La bacchetta la prende lui, apre il cancello e spinge le pecore verso casa.
Mentre si cammina mi chiede qualcos’altro del cane ed io glie lo racconto un po’ meglio. Ma non
c’è poi tanto da raccontare.
Si arriva nell’aia, si mettono le pecore nella stalla ma mi pare un po’ strano: è troppo presto
stamani.
Mamma, Nonna e Zia corrono a domandarmi se sto bene e la cosa mi pare ancora più strana.
Babbo parlotta con loro e non capisco cosa dicono. Mamma mi vien vicino, mi tira su e mi dà un
bacione sulla fronte. Mi sembra proprio strana questa faccenda stamani. Sono tutti zitti!
Zia rompe il silenzio: “Ma lo sai che al bosco di Bellavista ha scannato un agnello? Era un lupo!”
Accidenti: se l’avessi saputo me la sarei data a gambe facendomela sotto dalla paura..
 

 

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