Maledetta Toscana

Una regione né migliore né peggiore delle altre; semplicemente diversa come diversi sono i toscani, convinti di poter dare lezioni a tutti perché “la lingua l’hanno inventata loro”[1]

Ma lo sapete dov’è la Toscana? Fate conto che l’Italia sia il Gòlgota; le vedete tre croci? Ci sono due ladroni con un altro tizio nel mezzo. Ecco: quello è la Toscana: Cristo fra due ladroni: quelli del nord e quelli del Sud. La Toscana sta in mezzo; ecco perché è diversa.

Ecco perché i Toscani sono diversi, talmente diversi che quando nel 1870 la capitale del nuovo Regno d’Italia fu trasferita da Firenze a Roma, sui muri della città apparve un manifesto:

Torino piange quando il Prence parte

E Roma esulta quando il Prence arriva.

Firenze, culla di poesia e d’arte,

se ne infischia quando arriva e quando parte.

E non per nulla: fatevi venire in mente il nome di uno qualsiasi di quelli che hanno fatto “grande” l’Italia: Dante, Petrarca, Boccaccio, Brunelleschi, Michelangelo, Leonardo, Machiavelli; di dov’erano? Direte Voi: ma erano Toscani! E Cristoforo Colombo di dov’èra? Pare che fosse genovese ma i Toscani, alla domanda rispondono: “Coloforo Cristombo è quello che ha scomèrico la Pertica”; e così fanno finta che sia toscano anch’egli. Naturalmente, col cavolo che il Nuovo Mondo si chiama “Colombia”; il nome glie lo ha dato uno si chiamava Amerìco Vespucci ed era di Peretola.

E con New York come la mettiamo? Gli inglesi e gli olandesi si leticano per rivendicare la scoperta di quella baia fatta da Henry Hudson, inglese, per conto della Compagnia delle Indie Olandesi. Balle!: sull’isola di Manhattan ci pisciò per primo nel 1524 un toscano, anzi, un chiantigiano di Greve, Giovanni da Verrazzano, cinquant’anni prima di Hudson e cent’anni prima degli olandesi. E l’hanno riconosciuto anche i Newyorchesi a metà del secolo scorso, intitolandogli il più importante ponte della città.

E il Manzoni, direte Voi, non era milanese? Si, è vero; per sua sfortuna nacque a Milano e pubblicò un romanzetto dal titolo “Fermo e Lucia”, in lingua italo-lombarda, di cui si vendettero si e no un centinaio di copie. Qualche annetto dopo, lo consigliarono di andare a “risciacquare i panni in Arno”. Andò a Firenze, si mise di buzzo buono, risciacquò ben bene la lingua in Arno e pubblicò la nuova stesura dal titolo “I promessi sposi”, che subito i fiorentini definirono “I promessi manzi di Alessandro Sposoni”. Ecco perché è diventato il romanzo tipo italiano.

Direte Voi: “Ma perché la Toscana fa quest’effetto?”. E’ semplice: gli italiani si dichiarano discendenti degli antichi Romani, solo un po’ annacquati dalle invasioni barbariche. Ebbene: la Toscana non ha nulla a che fare con gli antichi Romani. In Toscana ci stavano gli Etruschi, popolo misterioso del quale ancor oggi gli studiosi non sono riusciti a capire la lingua; arrivarono i Romani e gli Etruschi sopportarono con pazienza il loro dominio ma si guardarono bene dall’insegnare loro la lingua etrusca; impararono invece il latino (ma mantennero e mantengono ancora l’aspirazione della C) e, zitti zitti, fecero finta di romanizzarsi. Crollata Roma, ci provarono gli Ostrogoti ad invadere  la Toscana ma i Fiesolani, da bravi Etruschi, li ammazzarono tutti nel 408 DC. Pochi superstiti  si rifugiarono fra le selve del Casentino ed oggi in quella valle ci sono occhi azzurri e capelli rossi in abbondanza. Poi arrivarono i Longobardi, che occuparono tutta la Padània ma, memori del massacro del 408, girarono largo, dalla parte delle Marche e dell’Umbria e andarono a fondare i ducati di Spoleto e di Benevento.

Ecco perché i Toscani, dal naso grosso come quello dagli Etruschi, sono diversi. E hanno fatto nei secoli una regione diversa: La Toscana.

In Toscana c’è tutto: le montagne innevate, le pianure ubertose, le selve intricate, le lande assolate, i fiumi maestri, i ruscelletti che da’ verdi colli del Casentin discendon  giùso in Arno[2], il mare arenoso e quello scoglioso; e c’è il padùle di Bièntina e il Lago di Massaciuccoli; ci sono castelli in ogni cocuzzolo, borghi in ogni collina e città in ogni pianura. E c’è la Maremma, che è una regione nella regione, dove i bùtteri vinsero agli inizi del novecento tutte le gare contro i cow-boy  che quel fanfarone di Buffalo Bill aveva radunato in un circo, portato in Europa ed in Italia sostenendo che i suoi cavallerizzi erano i migliori del mondo. Non per nulla i toscani dicono:

Tutti mi dicon Ma..remma Maremma

Ma a me mi pare una Maremma amara

E dove in Toscana non ci sono borghi o città, dove non ci sono campi, dove non ci sono fabbriche o capannoni, pascolano le pecore o corrono i cavalli. E dove neanche quelli ci sono, ecco che i boschi ammantano di verde i pendii e le vette. La Toscana è la regione più boscosa d’Italia; lo sapevate? Ed è anche la regione con la campagna più bella; il profilo dei poggi è segnato dai filari verde-scuro di cipressi “alti e schietti in duplice filar[3], che campano bene solo in Toscana, il verde-argento degli olivi (ne sopravvivono di quelli che furon piantati dagli Etruschi) dà alla vista il riposo dell’anima,  le vigne pettinano i crinali e fanno i vini migliori del mondo (il Chianti è solo il più noto ma non il migliore), le torri dei castelli e i campanili sono ovunque a segnare la voglia dell’uomo di salire al cielo.

E’ perché soprattutto, anzi, sopra a tutto, c’è il cielo. Il cielo di Toscana è anch’esso diverso. L’azzurro è più azzurro che altrove perché all’alba gli angioli del cielo lo lucidano. E sono gli angioli dipinti nelle chiese (in tutte le chiese ci sono i puttini  pitturati o scolpiti – e non si sa se sono angioletti o amorini porcelloni). E se quel mattino si son svegliati tardi, il cielo è celeste come gli occhi dei neonati. E se proprio il cielo ha da arrabbiarsi, ecco che il libeccio porta nuvole nere che più nere non si può e il temporale tuona e fulmina la terra. Ma il cielo di Toscana non esagera mai: si arrabbia solo in Calabria, sulle Alpi e nel Middle West e solo da quelle parti combina alluvioni o trombe d’aria (ma in Toscana ci sono anche quelle talvolta: in Versilia ma è colpa delle Apuane che, non per nulla, si chiamano Alpi).

Ora lo capite perché sul Duomo di Firenze c’è la cupola del Brunelleschi: non è stato merito suo, sono stati gli angioli che hanno messo un pezzo di cielo sulla chiesa. E se lo Zuccari non avesse coperto l’interno con quegli affrescacci, si vedrebbero ancora i 72 oculi che dava gran luce all’interno.

Ora lo capite perché Dante Alighieri fu cacciato da Firenze; per forza: portava all’Inferno i Toscani dopo morti e quelli, invece, erano abituati a stare in Paradiso da vivi.

Ora lo capite perché quando Michelangelo andò a Roma a fare la cupola di San Pietro disse “Vado a Roma a far la tua sorella – più grande si di te ma non di te più bella”. Ma non gli riuscì di farla né più bella né più grande, perche la cupola di Roma è ben quattro metri più stretta!.

E prima, quel rompiscatole aveva trovato dietro la cupola del Duomo un grosso blocco di marmo rifiutato da altri scultori poiché aveva uno spacco nel mezzo che, secondo loro, impediva di farci una statua decente; lui fece il diavolo a quattro in Comune per farselo assegnare e ne cavò fuori a forza di martellate sulla subbia il David, col pisello piccino perché finiva proprio sullo spacco del blocco di marmo.

Ora lo capite perché il Boccaccio raccattò a Fiesole i giovani in scampo dalla peste nera per raccontarsi le novelle del Decameron. Figuratevi se li avesse raccattati a Bellagio fra le nebbie e il lago; anziché scompisciarsi dal ridere, oggi leggendole ci verrebbe da asciugarsi il naso pel raffreddore.

Ora lo capite perché il Petrarca cantava A Laura. Perché era di Arezzo e se fosse stato di Todi, come Iacopone, avrebbe cantato il Miserere.

Ora lo capite perché San Bernardino da Siena diceva ai fedeli del trecento “Se non state buoni il Diavolo vi piglia” e poi san Filippo Neri, duecent’anni dopo, ai suoi ragazzacci trovatelli invece diceva ”State buoni .. se potete”.

E volete mettere i versi di Ciullo d’Alcamo (quello di Rosa fresca aulentissima[4], che secondo quel giullare di Dario Fo – che non potendo nascere a Sangimignano si fece nascere a Sangiano (VA) che ne ricorda il nome –  non era altro che l’odoroso sedere delle lavandaie) con quelli di Folgòre da San Gimignano che preferiva  con istormenti mattinata fare – ed amorose donzelle cantare[5]!

Ora lo capite perché tutti i versi di Giacomo Leopardi impallidiscono di fronte ad un solo verso di Lapo Gianni: Le mura di Firenze inargentate[6]. E sì che il Gobbo Giacomino da Recanati l’Università non l’aveva fatta a Camerino o Macerata ma a Pisa, ed ebbe anche a lamentarsi perché gli pareva troppo spendere 61 lire al mese per  “la pensione, compresa l’imbiancatura, la stiratura ed il riscaldamento (che poi era il fuoco a letto con il prete”)[7].

Già: Pisa. Se dovessimo dirla col Poeta “Or incomincian le dolenti note ….[8]. E se andassimo avanti diremmo anche, com’egli disse dopo aver ascoltato lo strazio di  quel disgraziato del Conte Ugolino, pisano, che rosicava la nuca dell’Arcivescovo Ruggieri, mugellano e perciò stesso fiorentino:

Ahi Pisa vituperio delle genti[9]

del bel paese là dove il si suona

Perché dovete sapere che se ci sono due Toscani che si voglion bene sono proprio il Pisano e il Fiorentino. Meglio un morto in casa che un Pisano all’uscio. E i pisani dicono il contrario, ovviamente. La faccenda va raccontata.

Il tutto risale ai tempi della conquista di Maiorca da parte dei pisani nel 1117, che la strapparono ai Mori portando a Pisa fra molto bottino anche due colonne di porfido nero che, si diceva, facevano scoprire i malfattori che passavano fra di esse. Nell’assenza degli uomini alla guerra, i pisani incaricarono i fiorentini di  sorvegliare la città per difenderla dai lucchesi. I fiorentini si accamparono fuori le mura e affinché nessun oltraggiasse le donne pisane, mandarono un bando che nessun uomo potesse entrare entro le mura di Pisa, pena la morte. Un ragazzotto fiorentino, accampato con gli altri fuori le mura, invece v’entrò, forse per amore di una ragazza vista sugli spalti, e i fiorentini lo condannarono a morte.  I vecchi della città implorarono i fiorentini di risparmiarlo vista la levità dell’errore ma i fiorentini furono irremovibili. I vecchi di Pisa dichiararono allora che non avrebbero mai consentito l’esecuzione di un fiorentino in terra pisana. I fiorentini allora comprarono un pezzo di terra appena fuori le mura di Pisa ed eseguirono la sentenza. Al ritorno della spedizione di Maiorca, i capi pisani, grati ai fiorentini che avevano salvaguardato l’onore delle loro donne, chiesero ai fiorentini quale dono avrebbero gradito. I fiorentini scelsero le colonne, considerando che scoprire i malfattori a Firenze, che ne era piena, sarebbe stato un grande vantaggio. Pare che i pisani, che volevano le colonne per sé, per far dispetto ai fiorentini le abbiano affumicate facendo loro perdere il potere. Le rivestirono di drappi rossi e le mandarono a Firenze in barca sull’Arno. Arrivate a Firenze, ovviamente, le colonne avevano perso il loro potere e, non sapendo cosa farsene, il Comune le piazzò allato della Porta del Paradiso nel Battistero[10]. Non si sa mai che riacquistassero il loro potere e che scoprissero i malfattori fra i preti, gli unici che passano di lì. Ci sono ancora e su uno stipite di quelle porte nel 1944 (quando furono smontate per proteggerle da danni di guerra) si scoprì scolpito questo strambotto:

L’anno milletreciensessantadue

i Guelfi fiorentini fer la guerra

sopra il pisano per mare e per terra.

Levar dal porto le catene sue.

Queste son desse …….

Togliere le catene dal porto ed appenderle alle porte della Chiesa Maggiore della città rivale era il massimo dello spregio che si potesse fare ad una città marinara. Nel 1405 i fiorentini comprarono Pisa dai Genovesi che l’avevano conquistata quando ormai il suo porto si era interrato e, per sommo spregio, anziché dragare l’Arno e riattivare il porto di Pisa, costruirono quello di Livorno. Solo allora e per nuovo spregio, restituirono a Pisa le catene del porto che non c’era più e ai pisani non restò che appenderle ad un muro del Camposanto Monumentale, il posto più adatto, e ci sono ancora.

Che volete, i fiorentini erano cosi! Cominciarono in casa a scannarsi fra Guelfi e Ghibellini e quei due partiti, nati solo per una briga di poco conto fra giovanottacci di famiglie avversarie, diventarono i partiti nei quali su divise per due secoli l’Europa.  A Verona, l’inimicizia fra due famiglie dette origina alla leggenda di Giulietta e Romeo; a Firenze no: i fiorentini buttano tutto in politica. E non importa andare nella storia: avete visto che scherzetto ha fatto meno di due anni fa Matteo Renzi, fiorentino, a Enrico Letta, pisano, fregandogli la poltrona di Capo del Governo, dopo avergli detto: “Stai sereno!”?

E quello che non fecero i fiorentini a Siena! Fin dal ‘200 i senesi e i fiorentini si son fatti la guerra; il più delle volte l’hanno vinta i fiorentini - ed una volta lanciarono carogne di asini putrefatte dentro la città assediata - ma Siena è sopravvissuta come gloriosa e ricchissima repubblica di banchieri fino alla metà del ‘500 quando Cosimo I de’Medici la conquistò con gran versamento di sangue ed i senesi si rifugiarono a Montalcino. Molti tornarono poi a Siena ma a quelli che rimasero a Montalcino gli andò bene: misero le fondamenta delle vigne che producono il più famoso (ed il più caro) vino del mondo: il Brunello. O bravi i senesi: nel medioevo fecero   gran massa di denaro col commercio della lana (la banca più antica del mondo, e oggi una delle maggiori in Italia,  è il Monte dei Paschi – che vuol dire pascoli - di Siena) e ora lo fanno col vino.

Ora capite perché la Toscana è la terra del campanilismo.  Mica perché la Torre di Pisa (che, non dimentichiamocelo, è un campanile) è storta (i pisani nel cuor loro pensano che siano stati i fiorentini a rosicarne per dispetto le fondamenta e, sempre in cuor loro ma non lo ammetterebbero mai, ringraziano i fiorentini)! No, è perché il campanilismo dei toscani è frutto di sangue e lacrime, radicato in secoli di guerre fratricide – e non abbiamo raccontato quelle sanguinose di Firenze contro Arezzo e Volterra – stemperato poi dallo scorrere della storia, che non reclama più sangue e lacrime e che trasferisce gli odi e le vendette del passato in altri amori, entusiasmi, odi e rancori. Per esempio: il calcio. Trovare un tifoso della Fiorentina a Pisa è come cercare un ago in un pagliaio; se ci fosse, si nasconderebbe come un appestato, per non essere cacciato come un cane in chiesa. No, i pisani, a parte il Pisa calcio, tifano per la Juventus per far dispetto ai fiorentini, cosa che fa venire il voltastomaco a costoro perché la Juventus è di Torino, ha rubato Baggio alla Fiorentina, le ha rubato un paio di scudetti e inconsciamente i fiorentini si ricordano che, quando nel 1865 la capitale d’Italia fu  trasferita da Torino a Firenze, i torinesi volevano intonacare Palazzo Vecchio!  Figuriamoci con l’ A.C. Siena: ha la maglia a strisce bianco-nere come la Juventus!

I soli toscani che i fiorentini non hanno conquistato con le armi sono i lucchesi. Lucca ha le mura più belle del modo e sopra ci si può andare anche in carrozza. E non si può non ricordare che la grande Contessa Matilde vien chiamata di Canossa – un postaccio da lupi nell’appennino emiliano – sol perché quel coglione di  Enrico IV andò lassù ad umiliarsi, e nessuno si ricorda che il suo vero nome era Matilde degli Attoni Marchesa di Tuscia, che stava di casa a Lucca, allora la capitale del Marchesato,  e a Canossa ci andava in villeggiatura. E i lucchesi, dopo la Marchesa Matilde, sono sempre stati governati dai preti (così dicono i fiorentini)  e fino al 1847 fecero stato a sé, per secoli e secoli come repubblica e per trent’anni come ducato. Furono inglobati nella Toscana solo perché il congresso di Vienna aveva stabilito che alla morte della Duchessa Maria Luisa di Borbone, cui il ducato neo costituito era stato assegnato dal Congresso di Vienna dopo gli sconvolgimenti napoleonici, sarebbe stato annesso alla Toscana. La Duchessa crepò e la Toscana conquistò un altro primato: fece l’Unità d’Italia (magari solo un pezzetto) quattordici anni prima delle altre regioni. E conquistò anche un fiorente mercato dei lucchesi: la merda. Perché dovete sapere che uno dei commerci più noti dei lucchesi era quello del bottìno, cioè portare botti di pozzo nero negli orti delle pianure toscane. Oggi, che il bottìno è stato sostituito da concimi chimici, i lucchesi hanno impiantato da quelle parti molte grosse fabbriche cartotecniche; il puzzo dei maceratoi ricorda molto quello dei bottini  e se passate in autostrada nella piana fra Altopascio e Lucca lo sentite anche Voi. Però, qualche fondamento alla faccenda che a Lucca han sempre comandato i preti ci dev’essere: è la sola città toscana dove le maggioranze politiche da sempre sono di  centro o di centro-destra mentre il resto della Toscana è una roccaforte di sinistra.

E a proposito dell’Unità d’Italia, quella ufficiale di 150 anni fa:  anche qui la Toscana ha il primato. Il plebiscito per l’annessione al Regno di Sardegna (e non al Piemonte – absit iniuria verbi -  va precisato bene anche se allora non c’era la Iuventus) è del 20 agosto 1859, battendo per un giorno quelli del Ducato di Parma e del Ducato di Modena e di molti mesi i plebisciti degli altri stati italiani. E chi fu il primo, vero Primo Ministro del nuovo Regno d’Italia? Direte Voi: Cavour; no: Cavour fu il Primo Ministro del Re Vittorio Emanuele II prima delle annessioni e tale restò dopo ma solo fino al 6 giugno 1861 quando morì. Il vero primo Capo del Governo dell’Italia Unita fu Bettino Ricasoli, toscano, fiorentino, anzi, chiantigiano e per ciò stesso gran produttore di quell’ottimo Chianti con quel nome che la sua famiglia produce ancora.

Ora lo capite perché  ai toscani piacciono i primati. Il telefono lo inventò Antonio Meucci e non quel farabutto di Graham Bell, perché Meucci da ragazzotto faceva l’attrezzista a Firenze al Teatro della Pergola (che, fra parentesi, è il più antico teatro del mondo ancora in funzione) e gli faceva fatica vociare dal sottopalco alla graticcia per comandare la scesa delle scene. Inventò il telefono perché cosi faceva prima. E se Meucci non avesse inventato il telefono, col cavolo che Marconi, che era bolognese - ma senza sua colpa - avrebbe inventato la radio e Voi oggi non andreste in brodo di giuggiole nel sorbirvi un reality show in TV.

Ora lo capite che se Mussolini, invece che parlare dal balcone di Palazzo Venezia, avesse parlato dal terrazzino di Palazzo Vecchio, si sarebbero risparmiati tanti guai all’Italia. Tant’è vero che quando nel 1938 lui ed Hitler vennero a Firenze in pompa magna, per prima cosa l’Arcivescovo Dalla Costa fece chiudere tutte le chiese, compresi il Duomo e il portone del Palazzo Arcivescovile che stava sempre aperto da secoli, e poi, siccome i Gerarchi avevano ordinato ai negozianti di addobbare le vetrine in onore degli ospiti, il famoso bar Giacosa (esiste ancor oggi un po’ spostato di lato) addobbò le vetrine con le foto dei due dittatori in mezzo a belle piramidi di scatole dei noti biscotti “Fratelli Lazzaroni”[11]. Se si fosse stati a Roma o Milano, il proprietario sarebbe finito al muro; a Firenze, invece, si buscò un paio di randellate di notte e la faccenda finì lì; ma i fiorentini (e non solo), intanto,  s’eran fatti un monte di risate.

Ora lo capite perché se uno ha un piccolo disturbo i Toscani dicono “Sta male” e se invece sta per crepare dicono “Sta poco bene”.

Ora lo capite perché in Toscana, appena pranzato (in Toscana si pranza al tócco ) si dice buonasera e appena cenato si dice buonanotte. Non s’è mai sentito dire buon pomeriggio in Toscana. Quella è roba da dire a Caloziocorte o a Corleone. Perché in Toscana non si augura il presente ma si augura il futuro, che è la cosa più giusta da fare. I Toscani hanno il passato più grande al mondo, stanno bene al presente ma vivono al futuro. Per forza: hanno un sacco di cose da fare e, a differenza dei Milanesi che fanno un gran chiasso lavorando o dei Napoletani che fanno un gran chiasso e basta o dei Siciliani che stanno zitti, i toscani lavorano discorrendo pianamente del più e del meno. Per fortuna hanno tempo: sono i più longevi d’Italia e, insieme ai Friulani, i più alti. Per questo vedono bene più lontano.

Eh si, i Toscani vedono così bene lontano che il 30 novembre 1786 il primo Stato al mondo che abolì la pena di morte e la tortura fu proprio il Granducato di Toscana, con la Legge criminale n. LIX del 30 novembre 1786 la quale, dice nel proemio che la giusta punizione si ottiene “mediante la celere spedizione dei Processi e la prontezza e sicurezza della pena[12],. Son passati due secoli ed un quarto e andate a guardare come si celebrano speditamente i processi e quale prontezza e sicurezza della pena si abbia nella nostra modernissima ed ultrademocratica Italia del 21esimo secolo.

Ma non poteva essere diversamente: perché la Toscana, com’è sempre stata e sempre sarà, anche allora era diversa. Talmente diversa che il sovrano di quel tempo era niente di meno che Pietro Leopoldo, trasferitosi da Vienna a Firenze diciottenne con l’altrettanto giovane consorte, nono (!) dei sedici (!) figli di Maria Teresa d’Asburgo, ricordata da tutti come la più grande Imperatrice d’Austria, anche se  tutti dimenticano che prima di regnare a Vienna era stata Granduchessa di Toscana!. Si vede che qualcosa di toscano le era rimasto attaccato addosso se, come risulta da un documento d’archivio della Curia Arcivescovile di Vienna, si lamentò con il medico di corte di non aver figli perché non aveva mai goduto nell’amore. Il medico consigliò all’imperiale marito Francesco testualmente:“Preterea censeo vulvam Maiestatis Sacratissimae titillandam esse ante coitum[13]. E Francesco era di Lorena e non di Toscana; si vede che solo dopo aver bevuto un po’ di Chianti, piuttosto che l’acido Champagne, imparò a titillare e di figli alla Maria Teresona glie ne fece fare sedici, fra i quali Pietro Leopoldo. E quando Pietro Leopoldo, più che quarantenne dovette tornare a Vienna a fare l’Imperatore perché il fratello era crepato senza eredi, gli giravano gli zibidei, perché non gli riusciva più  parlare bene il tedesco ma, soprattutto, perché dovette lasciare a Firenze l’amatissima ganza, la Livia, alla quale aveva fatto costruire quel delizioso villino che c’è ancora all’angolo di Piazza San Marco con Via degli Arazieri. Ed il buon Pietro Leopoldo a Firenze era stato il sovrano più illuminato del suo tempo, facendo conquistare alla Toscana le libertà civili che a Vienna non gli riuscì di dare, tanto che crepò due anni dopo dal dispiacere, e che i Francesi ebbero solo dopo anni e a prezzo del sangue della Rivoluzione e di quello dell’Impero di Napoleone, che era Córso, e quindi pisano per i tanti anni di dominio di Pisa sulla Corsica, perciò anche lui – ma guarda un po’ – toscano.

E la Toscanina Granducale fu lo stato più civile e più evoluto d’Europa. Vittorio Alfieri, prototipo del personaggio serioso, che era di Asti ma considerava il Nobile di Montepulciano vino più degno dei vini astigiani, scriveva “Deh, che non è tutta Toscana il mondo[14]”. Per forza, a Firenze, invece di farsi legare alla sedia per studiare come faceva ad Asti, si faceva legare su letto di quella porcellona della Contessa d’Albany per fare chissà quali cose …. E il bello è che il “salotto” fiorentino della Contessa era più che altro una camera da letto, frequentata anche da quel giramondo di Ugo Foscolo, che preferiva alla “sacre sponde” della sua Zante le sponde del letto della Contessa.

E il Montesquieu (quello della  separazione dei poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario), al tempo dell’ultimo dei Medici, Gian Gastone,  scrive nel suo Viaggio in Italia di essere andato in brodo di giuggiole nel “vedere il primo ministro del Granduca su una seggiolina di legno, in giacchettina e cappello di paglia, davanti alla sua porta. Felice paese!, gridai, nel quale il primo ministro vive in sì grande semplicità e in simile disoccupazione”[15]. Ora non paragoniamo il settecentesco primo ministro del Granduca ad uno qualsiasi dei Primi Ministri degli stati odierni ma, forse, era quello il modo migliore di fare il Primo Ministro.

Ora lo capite perché i Toscani sono il popolo più presuntuoso d’Italia. Anche Leonardo da Vinci (Il Mancino del Cinci) lo diceva di sé e aveva ragione. O forse Voi potreste sostenere che aveva torto?

 

[1] Da “Maledetti Toscani” di Curzio Malaparte

[2] Dante – La Divina Comedia” Inf. C. XXXIII

[3] Carducci – Davanti a San Guido

[4] Cielo (Ciullo) d’Alcamo - Contrasto

[5] Folgòre da San Gimignano – Sonetti della semana: VII Lunidie

[6] Lapo Gianni – Canzioniere: Amoer, eo chero…

[7] Piero Bargellini - La splendida storia di Firenze

[8] Dante Alighieri – Inferno – Canto V

[9] Dante Alighieri – Inferno – Canto XXX

[10] Da Giovanni Villani – Istorie fiorentine – Libro V-  Cap. XXI  Come i Pisani presono Maiolica, e’ Fiorentini guardarono la città di Pisa.

[11] Archivio storico Comune di Firenze – Quaderni – Quaderno 1/9 Maggio 1938 Il ritorno all’ordine

[12] Codice Leopoldino – L. n. LIX del 30 novembre 1786 - Proemio

[13] Jonathan Margolis – The intimate history of the orgasm – pag. 253  - (e molti altri)

[14] V.Alfieri – Sonetto LXXXII

[15] Charles-Louis de Secondat barone de La Brède et de Montesquieu – Viaggio in Italia - Firenze - (varie edizioni)

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